Lo sport, come il giornalismo, ha accompagnato la mia vita fin dai primi anni. Sono uno di quei bambini cresciuti nel quartiere in libertà , giocando a pallone in ogni angolo dove c’era un po’ di terra. Soprattutto in estate, non davo impegni ai genitori: uscivo la mattina e tornavo la sera. Ogni tanto, quando mi facevo male, da solo andavo in pronto soccorso, oppure mi accompagnava un amico più grande. Lo sport ha un valore sociale non ancora compreso a pieno dalle istituzioni, rappresenta un volano per lo sviluppo di abilità e integrazione. L’attività sportiva, singola e di gruppo, rappresenta un luogo dove si coltivano valori fondamentali, un luogo dove si produce salute.

Benessere e integrazione

L’attività sportiva ha sempre rappresentato per me uno strumento di benessere, ma anche un importante mezzo di integrazione sociale. Laddove l’allenamento singolo t’insegna a conoscere il tuo corpo e migliorare equilibrio e coordinazione, lo sport di squadra t’insegna a stare alle regole e rispettare i compagni, inclusi quelli della squadra rivale. Prima di diventare allenatore, ho praticato lo ‘sport di quartiere’, è lì che ho appreso il valore dell’amicizia e dell’inclusione. Diversamente da quello agonistico, il gioco sportivo fra ragazzi ti allena a coinvolgere tutti: non puoi escludere il vicino di casa perché non sa giocare o perché è cicciottello. Nello sport di quartiere, l’obiettivo non è la vittoria ma l’amicizia.

Il pallone e il calore umano

E’ nella vecchia Contrada Vazzieri, di Campobasso, che ho iniziato ad amare il calcio, ma anche l’altruismo e l’attivismo civico, in una parola ‘il calore umano’. Così, una volta cresciuto, sono stato eletto Presidente del Comitato di Quartiere di via Giambattista Vico e, da giornalista, ho iniziato a seguire e sostenere gli atleti paralimpici. Oggi le persone con disabilità trovano ancora molti ostacoli nell’intraprendere percorsi sportivi. E, se per gli atleti paralimpici vi sono poche possibilità, per i bambini disabili i percorsi di inclusione sono davvero scarsi. Certamente l’educazione psicomotoria va fatta da professionisti ed in ambiente protetto, ma lo sport, inteso come elemento di salute psicofisica, dovrebbe poter essere accessibile a tutti, anche alle persone con disabilità di vario tipo. Il movimento, si sa, è la via maestra per comunicare e comprendere se stessi e gli altri.

Sport e abilità

Non sono pochi gli sport che possono essere proposti ai bambini con disabilità. L’educazione stessa, fatta attraverso lo sport, diventa meno faticosa sia per gli educatori che per i bambini. E l’aspetto ancora più esaltante è che, attraverso l’attività sportiva, la persona con disabilità può focalizzare la mente su tutto ciò che gli riesce, può percepire di poter migliorare le proprie capacità motorie in determinati ambiti. Molti sport sono praticabili da persone con vari tipi di disabilità, attività che permettono loro di raggiungere alti livelli di crescita personale e soddisfazione. Al contempo, includere i disabili nelle squadre di bambini ‘abili’, permetterebbe ai secondi di potenziare il senso di responsabilità sociale ed il rispetto per ‘il diverso’. Si tratterebbe di un’educazione attraverso i fatti, non attraverso bei discorsi inutili. E’ questo lo sport che amo, il mondo che vorrei.

Giuseppe Formato

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *